domenica 14 novembre 2010

LE DIFFERENZE CULTURALI INIZIANO A DIVENTARE PESANTI


Allora … parto da un presupposto di base. So perfettamente di non essere una persona esattamente facile da gestire; sono fortemente indipendente, mi piace avere la mia libertà e preferisco non dover rispondere agli altri delle mie azioni. Forse a volte pecco di presunzione e spesso mi aggrappo alle mie verità per orgoglio, e non perché siano veramente tali: ma c’è da dire che la verità assoluta non esiste, e cambia di persona in persona, di cultura in cultura. E’ vero  che esiste il buon senso, ma anche questo è un concetto abbastanza difficile da definire.
Tutta questa premessa…perché? Iniziamo dal principio. Qualche mese fa un mio amico spagnolo, Adrian, mi ha chiamato e mi ha detto che sarebbe arrivato in Giappone l’11 Novembre; era una vita che non lo vedevo, e volevo aiutarlo ad ambientarsi nei primi giorni di permanenza in loco, perciò ho chiesto alla famiglia se sarebbe potuto rimanere a dormire a casa per un paio di giorni. Nessun problema, risposta positiva.
Più in là, Adri mi spiega di non sapere ancora perfettamente il giorno dell’incontro con la famiglia nella quale avrebbe risieduto per le seguenti tre settimane, perciò chiedo nuovamente se ci fossero problemi per farlo rimanere una notte in più. In questo caso, dopo un breve consulto, Okaasan mi spiega che lei ed Otousan avrebbero preferito di no: non ho appreso perfettamente il motivo ma ovviamente non ho discusso dato che, in fondo, seppur pagando, sono ospite anche io in questa casa, e non mi sarei mai permessa di fare storie.
Adri è arrivato tre giorni fa, e tutto è andato perfettamente fino ad ieri sera, quando sono cambiati leggeramente i piani, visto che, invece di incontrarsi con la famiglia domenica alle due del pomeriggio, l’orario era stato modificato per le sei della sera: tutto ciò è cambiato sabato alle tre di notte, perciò ho lasciato un biglietto alla mia famiglia spiegando che non saremmo andati via presto ma che, semplicemente, saremmo usciti di casa un po’ più tardi, ma senza infastidirli, dato che avremmo pranzato fuori casa. Cosa potevo fare, svegliarli nel bel mezzo della notte per dargli la notizia? Aggiungo che, nel corso della giornata, Okaasan mi spiega che Adri sarebbe potuto rimanere un’altra notte (non ho ancora capito la ragione per la quale abbia cambiato idea così all’improvviso, però…vale…): le ho spiegato che non era necessario e che potevo trovargli un’altra sistemazione, ma lei ha insistito, perciò….ho accettato serenamente.
Il giorno dopo…..SCENATA NAPOLETANA IN STILE GIAPPONESE. Mi bussano in camera, scendo, e con una faccia a dir poco spettrale mi colpevolizzano di non averli avvisati e di aver cambiato troppo i piani, aggiungendo che dovevamo lasciare casa presto, perché quello era quanto era stato pattuito. Io giuro su qualsiasi cosa al mondo che è stata la situazione che più ho stentato a capire in tutta la mia vita: cercavo la connessione del mio cervello per collegarlo all’accadimento del momento e all’ambiente culturale circostante, ma qualsiasi tentativo è stato fallimentare. Il mio cervello non ha capito niente e ancora ora ho serie difficoltà a cogliere dove sia il problema. Non dovevano cucinare per noi, non dovevano usare il letto dove Adrian dormiva, non dovevano accompagnarci da nessuna parte…niente, non dovevano fare niente, neanche aspettare perché ci svegliassimo. L’unica differenza rispetto al piano precedente era che avremmo dormito un paio di ore in più, invece che svegliarci alle dieci della mattina.
Niente. Sembravano essere andati completamente nel pallone.
Ora, io fino ad ora ho cercato di evitare di creare problemi, seppur io non sia proverbialmente una persona paziente. Sono poco tollerante, la mia rabbia si accende facilmente e con altrettanto facilità divento una persona assolutamente sfacciata: ma tutto ho voluto fare in modo di premerlo dentro di me fino ad ora, perché devo convivere altre settimane con persone che non sono la mia famiglia e che, fondamentalmente, sono due sconosciuti. Ma ora mi pare un po’ troppo. Sono abituata a vivere da sola, a non avere orari né a Perugia né con la mia famiglia, ad Ascoli Piceno. Io amo la mia libertà, è il concetto base della mia vita: dunque, mi sento profondamente scomoda, nel momento in cui devo spiegare ad altri le ragioni delle mie azioni e a scusarmi per le stesse. Quando è necessario lo faccio, soprattutto qui in Giappone: mi trovo in un contesto caratterizzato da una cultura diametralmente opposta alla mia, perciò mi rendo conto che certe situazioni possono accadere.
Però, come si suol dire da me, ORA ABBIAMO PASSATO LO SFRICIO. Questa cultura ha una tolleranza per l’imprevedibile pari a zero: se un cambiamento che ha significato l’aggiunta di due semplici ore di sonno li ha messi così di malumore, io non oso immaginare cosa farebbero se io mi comportassi come faccio in Italia.
Io, veramente…mi sto sforzando. Ho accompagnato Adrian alla Momoyama e sono tornata indietro, in un viaggio di treno fatto di tre cambi e di una durata di un’ora e mezzo, dove ho avuto tutto il tempo necessario per ragionarci su. E più ci penso, più non trovo una spiegazione: semplicemente riesco solo a dare per inevitabile la differenza culturale che scorre tra me e i Mibu (la mia famiglia…). Sono un essere vivente, sono una donna che vive in una società, e lo so che esistono leggi non scritte che devo rispettare per poter vivere in maniera pacifica con gli altri: ma qui l’armonia è la base, dove per me, invece, vige il concetto di libero arbitrio (seppur, lo so, ampliato all’ennesima potenza).
Io faccio i miei errori, ma non sono l’unica, a quanto pare. Qui tutto gira intorno a regole, al controllo delle circostanze, al rispetto dell’AGREEMENT che abbiamo stabilito con la famiglia. Ma porca miseria…e uscite un po’ da questi schemi! Cercate di capire, a volte…cercate di comprendere e di entrare nell’ottica che non sono parte della vostra cultura. Io cerco di tapparmi autonomamente le ali per poter evitare scontri, ma qui ormai vivo nel terrore di agire, per paura di fare qualcosa di sbagliato. Questa non è convivenza, questo è terrore psicologico!
La mia conclusione, infine, è: non è colpa di nessuno. Io sono fatta così, e non ho intenzione di cambiare, a 23 anni, in Giappone, solo per modellarmi completamente in base alle circostanze. Un minimo di flessibilità forse è necessaria, ma qui è un po’ troppo richiesta da parte mia. E’ difficile capirci a vicenda, e tutte le volte che succede qualcosa del genere con la famiglia giapponese, io sono veramente imbarazzata, perché vedo che io non capisco loro e loro tantomeno comprendono me. Ci sto scomoda, la vivo male questa situazione. E’ come stare dentro un vestito che ti sta stretto: qualsiasi mossa fai si strappa. Puoi andare dal sarto e tentare di rimetterlo un po’ a posto, ma le pezze e le cuciture ci rimangono sempre. Allora, a questo punto, mi compro direttamente un vestito nuovo.
…Il che è seriamente quello che intendo fare: domani andrò a parlare nell’ufficio internazionale per vedere come fare per cambiare alloggio. Non voglio cambiare famiglia, ma cambiare completamente la mia scelta: non so, magari andare alla seminar house fino a febbraio, oppure direttamente in appartamento. Vedremo…veramente, non sono arrabbiata con loro. Sono solo esausta nel mio tentativo di capire ed accettare qualcosa che è troppo distante da quello che sono io.
Io ho un gran bel caratteraccio, lo so, perciò voglio solo liberarli del peso di queste situazioni tese che possono nascere fra noi. Contemporaneamente, io avrò lo spazio e la pace mentale di cui ho bisogno. Già c’ho un certo livello di stress mentale dovuto da una cosa o da un’altra, e sto diventando abbastanza brava a gestirlo; però, altro peso mentale in più sicuramente non fa bene alla mia salute psicofisica!
E tanto per concludere con ragionamenti pragmatici … ho pagato un botto di soldi per andare in una famiglia giapponese, per apprendere i costumi giapponesi e, soprattutto, per poter parlare giapponese. Mi trovo in una famiglia occidentalizzata, dove parlano quasi esclusivamente inglese (e anche se provassi a sforzarmi di parlare giapponese, so che cadremmo tutti in tentazione e parleremmo solo inglese … è normale ed inevitabile. Io preferisco sempre la soluzione più drastica …. avrei preferito dei completi monolingui giapponesi, così che almeno, per forza di cose, la lingua l’avrei imparata!), dove le condizioni igieniche della casa girano completamente intorno alle parole PELI DI CANE (sui vestiti, sul tavolo della cena - che, tra l’altro, i cani non fanno altro che leccare- in cucina, per terra ci sono batuffoli di pelo che volano ovunque manco fossero balle di fieno nel deserto californiano, ma soprattutto…peli di cane nel cibo…e questo non lo posso accettare), dove la colazione non me la passano, ma me la devo fare da sola, seppur talvolta manchino gli ingredienti (…. Ah, cosa che invece dovrebbero darmi, dato che è sottolineato nello strabenedettissimo AGREEMENT divino….guarda un po’!), dove Otousan ha fatto bordello con la connessione wireless, ed ora si è semplicemente stufato di aggiustarlo…e io per connettermi devo andare in sala per poche ore la sera, senza poter comodamente fare ricerche, compiti e presentazioni in camera mia. 
Insomma….QUESTO MATRIMONIO NON S’HA DA FARE.

venerdì 5 novembre 2010

FUGA INVOLONTARIA DAL VILLAGGIO GLOBALE

Scrivo dal laboratorio dei computer del campus dela Kansai Gaidai, dato che a casa Otousan ha maneggiato troppo i cavi della linea telefonica...ed ora non posso ne' usare Internet ne' il telefono di casa, se tante volte fosse stato necessario.
Da un certo punto di vista sto letteralmente dando di matto, privata della mia tecnologia quotidiana: sul telefono ho quasi finito i soldi, senza Internet non leggo email, non chatto, sono fuori dal mondo. Riesco ad entrare su Facebook o Skype solo dalla Kansai Gaidai...ed ogni volta e' un trauma. Email minatorie e stalker-style da parte dei miei genitori (...un giorno in piu' senza contatti, e mio padre avrebbe contattato il ministero degli Esteri e l'ambasciata giapponese a Roma pur di ritrovarmi), notizie sconvlgenti da parte delle mie amiche che, contemporaneamente, mi danno per dispersa.
E' impressionante come ormai la nostra vita non sia considerata completamente tale e non sia completa senza la presenza della tecnologia; e quand parlo cosi' mi ci metto in mezzo anche io. Devo entrare su Internet almeno una volta al giorno, devo controllare le email, devo fare ricerche su Internet, devo vedere quali compiti abbiamo per il giorno dopo su Internet, devo avere notizie dall'Italia tramite Internet, posso parlare coi miei genitori solo su Internet. Percio', senza questa risorsa....al primo momento ti senti perso.
E la cosa e' resa ancora piu' assurda e paradossale se si pensa che non ho quesa tecnologia mentre sono nel paese tecnologico per eccellenza. Mi doveva capitare l'otousan meno futuristico dell'impero del sol levante...

Pero'...contemporaneamente, dopo un giorno, devo ammettere che sono rinata.
Mi sono resa conto di quante cose mi perdo stando ore ed ore a (letteralmente) cazzeggiare di fronte al computer. Sto meta' giornata a farmi i fatti degli altri su facebook, a guardare foto, condividere link idioti, a chattare e fare videochiamate su facebook, a spedire email e foto....e cosi' facendo mi inaridisco...cosi' facendo credo di essere perennemente relazionata con le persone, quando fondamentalmente lo sono davvero solo quando mi trovo davanti a loro. In fondo tutti noi lo sappiamo, ma vogliamo crogiolarci nella convinzione che abbiamo una vita sociale decente anche solo contattando i nostri amici su facebook o hotmail. Non a caso, quando arriva il momento di parlare cose che sono realmente importanti, davanti allo schermo di un computer, mi sento scomoda: per le cose che avverto come significative ho bisogno di usare la vista l'udito, la parola, la conversazione faccia a faccia. Voglio leggere le emozioni sul volto di qualcuno, voglio sentire la sua voce e le variazioni di tono che mi fanno capire se il discorso arriva o meno.

E ora, in questi due giorni senza tecnologia...mi sento fiorire.
Ho parlato il doppio con la mia famiglia.
Ho scritto tutte le cartoline ai miei amici in Italia.
Ho fatto tutti i compiti che dovevo fare, con una velocita' e soprattutto con una voglia ed un interesse che non provavo da tempo.
Ho visto un film che non vedevo da una vita, e me lo sono gustato il triplo.
Ho ripreso un hobby che avevo lasciato perdere da mesi: la cura della mia persona. Io amo fare bagni lunghissimi, usando mille prodotti diversi, bagnischiuma, scrubs, maschere per il viso, per il corpo, creme di tutte le forme e colori, profumi, talco....era da tantissimo che non godevo di una giornata solo per me stessa. Erano mesi che non puntavo sul concetto "Mens sana in corpore sano". Ed e' tutto completamente vero: la mia mente non era cosi' riposata e libera da settimane. Ora riesco a capire perche' i giapponesi facciano il bagno a fine giornata, per liberarsi di tutto l'immenso stress che li colpisce day by day.

Quindi...da un lato spero di riavere presto la connessione Internet per poter affacciarmi un poco da questa piccola torre d'avorio che ho involontariamente costruito intorno a me ultimamente. Ma, d'altro canto, spero di essere capace di non finire di nuovo in questo tunnel di droga telematica fatta di social networks e chattate.

lunedì 25 ottobre 2010

LA FRAGILE PSICHE DI QUESTO PAESE...

Sono italiana. Ma, soprattutto, sono una italiana in Giappone.
E non potete capire i conseguenti risultati di questa constatazione!
Sono arrivata qui alla fine di agosto, e ancora perdura dentro di me lo shock culturale: ho pensato "forse sarebbe stato meglio fare un viaggio di due o tre settimane in questo posto un pò di tempo prima, per avere almeno una infarinatura generale sulla sua cultura, sul lifestyle, sul cibo e così via"...ma no, non sarebbe mai stato abbastanza. In Giappone o ti butti nel vuoto completamente, o, paradossalmente, non sopravvivi.
Non potevo che scegliere una cultura diametralmente opposta alla mia per sentirmi stimolata, dopo tanto tempo. Le differenze non posso che notarle giorno dopo giorno, ora dopo ora: anche solo svegliarsi la mattina è diverso: la doccia si fa la sera, non la mattina; la colazione in generale è salata, non dolce (in questo sono fortunata: oltre al fatto che posso mangiare indifferentemente qualsiasi tipo di cibo a colazione, okaasan mi lascia mano libera a colazione, facendomi trovare tutto il necessaire nel frigorifero); la gente prende il treno alle CINQUE E MEZZA DELLA MATTINA per andare a lavoro o a scuola. I giapponesi non hanno paura di lavorare in un'azienza anche se questa si trova a due ore di treno dalla propria città; non hanno paura di andare all'università locata a chilometri e chilometri di distanza da casa. I giapponesi vanno a dormire all'una di notte per finire i compiti e le faccende, e si alzano alle quattro e mezza della mattina per prendere il treno alle cinque e mezza, così da arrivare prima a scuola o lavoro, ripassare la lezione o per l'esame, perfezionare il lavoro della sera prima.
E' una società di sacrifici: una società che appoggia la sofferenza nel presente, perchè questa porta a vantaggi e privilegi nel lungo termine. E' una società che testa le sue capacità, fatta di persone che invece di rivolgere i propri sforzi verso ciò in cui sanno di avere delle buone capacità e in cui sanno di poter eccellere, si orientano verso tutto quello che non sanno fare, per poter diventare dei soggetti più armonici.
E l'ARMONIA, effettivamente, è il concetto di base. Armonia in sè stessi, ma soprattutto con il resto: si è una persona nel momento in cui ci si relaziona agli altri nella maniera più armonica ed equilibrata possibile.
Nessuno si scompone, tutti sorridono, tutti sono gentili e cordiali, nessuno ti urlerà mai contro se, per caso, fai qualcosa di sbagliato...al massimo tenderanno a negoziare fermamente per poter trovare la soluzione migliore.
Come ho avuto modo di capire a lezione, non è una casualità il fatto che, per una società occidentale, lavorare con un socio giapponese o asiatico sia così complicato: una sola, semplice decisione, non verrà presa esclusivamente da chi si trova all'apice della scala gerarchica della società; al contrario, il dilemma verrà proposto ad ogni singolo membro del gruppo-azienda. E va da sè che questo processo può rubare anche mesi e mesi, seppur portando, sicuramente, a decisioni finali più oculate e positive.

Ecco, questo non è che un semplice e ridottissimo resoconto di quello che è la cultura giapponese agli occhi di un occidentale. Sono certa che andando avanti imparerò, giorno dopo giorno, a cogliere sfumature che ora non sono in grado di vedere....ma per ora, tutto mi sembra di una assurdità quasi eufemistica.
Come è possibile che una persona trovi il tempo di dormire, truccarsi e scrivere sms solo sul treno?...come è possibile che non pensi alla propria salute fisica e mentale, come è possibile che non gli venga in mente" Va bene, ho fatto quanto ho potuto, è meglio che vado a riposarmi, altrimenti domani potrei stare male"?
Come è possibile che i genitori siano quasi disposti a disconoscere un figlio, se questo non riesce a passare un esame di ingresso in una scuola prestigiosa? Come è possibile che certe famiglie facciano di tutto per far diventare il proprio figlio qualcuno, facendogli fare test di ingresso anche all'asilo?? (il che consiste nel parlare nella maniera appropriata,s apere quanti gradi di devi inchinare davanti ad un certo soggetto etc...)...perchè, se entri un un buon asilo, poi vai in una buona elementare, poi in una buona scuola media e superiore, ina una prestigiosa università...e conseguentemente, avrai accesso ad un lavoro migliore. E, tra l'altro, non contenti, i genitori giapponesi considerano anche LA FACCIA, l'esterno, ciò che visivamente si può notare sulla propria prole: non esiste un ragazzo o una ragazza, qui, nella prestigiosa università privata di Osaka, nella Kansai Gaidai, che vada in giro senza qualcosa di ultracostoso o di firmato addosso. Spendono più di 10000euro l'anno per far studiare i figli in un posto prestigioso, ma spendono anche soldi e soldi per farli apparire il più benestanti possibile. ...guarda caso questo è uno dei pochissimi paesi al mondo dove il prezzo ha ben poca rilevanza per il consumatore: un prezzo alto sarebbe segno di buona qualità, perciò nessuno ama comprare delle borse o dei vestiti di finta marca. Il costoso ci piace. Alchè mi chiedo come facciano ad essere il paese con i più alti livelli di risparmio al mondo.
Santo dio, mi stupisco di quanto potrei andare avanti all'infinito a discutere su tutto ciò che c'è di assurdo in questo angolo di mondo: è tutto un flusso che va avanti da sè. Parlo di una cosa, e per collegamento semantico me ne vengono in mente altre.
Parlavo appunto dei vestiti....e mi è tornato alla mente il modo in cui si conciano qua. Il Giappone è il paese della bicicletta e delle lunghe camminate a piedi in città. Sarebbe tutto più logico, se si mettessero delle scarpe comode per percorrere i lunghi tragitti quotidiani: e invece no. Invece loro amano la sofferenza: amano mettersi i tacchi di 12 cm e le minigonne, amano mettersi le sciarpe e i maglioni al primo accenno di caldo...perchè fa tendenza. Perchè così si notano...perchè così sono belli.

....c'è tanto da dire......e giorno dopo giorno trascrivero quello che più mi sconvolge. Perchè, fidatevi, non passa un giorno senza che io spalanchi gli occhi per aver visto qualcosa di inverosimile...che potrebbe esistere solo nei manga. Ma in fondo io sono nel mondo dei manga.

domenica 24 ottobre 2010

PROBABILMENTE COSì HA VOLUTO IL DESTINO!

Da quando sono arrivata qui in Giappone ho pensato due o tre volte di farmi un diario, un blog, un angolo dove poter scrivere e sfogare tutto ciò che penso, in positivo ed in negativo, di questo paese così assurdo.
...ma vallo a trovare, qui, il tempo per poter buttare giù due righe per descrivere anche solo le cose più ovvie di questo paese,come, per esempio, i WC. Eppure il ritmo di vita è così talmente serrato che ogni momento libero si trasforma inevitabilmente in un lasso di tempo utile per studiare o per concludere qualsiasi attività scolastica che non hai terminato la sera prima. Vergognoso direi, una vera dieta per l'anima!

Quindi...sì. Insomma....eccolo qua. Mi ci volevano le mestruazioni e la pioggia torrenziale nel giorno del mio compleanno per farmi rimanere a casa, davanti al computer, e per farmi trovare lo stato mentale necessario per creare questa piccola creaturina!! Ringrazio Dio per avermi fatto festeggiare ieri, a questo punto...

...spero che prossimamente possa offrire dei post più interessanti! Questo era solo un esperimento :)